È sufficiente parlare di Ebitda?

E’ vero. Sempre più spesso sentiamo pronunciare da professionisti ed imprenditori questo termine di derivazione anglofona. Tuttavia, altrettanto spesso, la maggior parte dei nostri interlocutori utilizza termini in modo improprio, senza ben conoscere la portata intrinseca del loro significato. Un case study giunto alla nostra attenzione è sicuramente il riferimento al cd. EBITDA, ovvero l’Earning Before Interests Depreciations and Ammortizations – tradotto nell’omonimo italiano: “Margine Operativo Lordo” o MOL. 

Non discutiamo. Quest’ultimo fornisce ad Advisor Finanziari, Commercialisti e Revisori, Amministratori Delegati, Banche ed Istituzionali un buon indicatore di economicità ed efficienza con cui l’azienda svolge la propria attività caratteristica. In un unico valore vengono assimilate molte informazioni operative, considerando che con un ulteriore semplice rapporto tra l’Ebitda ed il fatturato desunto dal bilancio d’esercizio può essere comodamente estrapolato il cd. Ebitda Margin %, il quale rappresenta meglio di ogni altro Ratio la percentuale di margine che il management dell’azienda riesce ad estrarre dal proprio core business, al netto, di un ulteriore importante centro di costo come quello del personale. 

“Lieto fine” potremmo concludere. Basterebbe quindi scambiarsi tra professionisti ed istituzionali differenti livelli di Ebitda per comprendere la bontà delle aziende con le quali stiamo lavorando. Invece no. La realtà aziendale è ben più complessa di una mera percentuale o di un indice.

Analizzando la portata del suo significato l’EBITDA, o

“utile prima di interessi, tasse, svalutazioni ed ammortamenti”

rappresenta intrinsecamente un sub-aggregato di conto economico, un indicatore di redditività che evidenzia il reddito di un’azienda afferente alla mera gestione operativa, escludendo imprescindibilmente altre componenti finanziarie o straordinarie quali; oneri e proventi finanziari (gestione finanziaria), ammortamenti e svalutazioni dei beni, imposte d’esercizio, proventi ed oneri di carattere straordinario (gestione straordinaria). Tale estratto viene inoltre assai utilizzato dalla dottrina e dalla prassi economica in sede di valutazioni aziendale attraverso l’utilizzo del multiples method o metodo dei multipli. La ragione è più pratica che teorica. Ed è in questo momento che scaturisce l’origine della nostra analisi; una buona parte della dottrina economica e dei manuali economici sono concordi nel ritenere l’EBITDA una proxy attendibile dei flussi di cassa generati dall’azienda in quanto nella sua formulazione vengono sottratte voci di costo e di ricavo che non comportano rispettivamente uscite ed entrate di cassa per l’impresa, come gli ammortamenti e le svalutazioni. Tale assunto rafforzerebbe la propria portata nel momento in cui, come esposto precedentemente,  l’EBITDA prenderebbe altresì in considerazione il costo del personale di un’azienda, a differenza, dell’altro noto sub-aggregato di conto economico denominato Gross Profit o “Margine Lordo Industriale”, tralasciando invece le poste finanziarie e fiscali, di difficile prevedibilità e potenzialmente molto differenti da azienda ad azienda e da Paese a Paese. 

Tutto ciò purtroppo è assolutamente vero solo in parte. Anzi, potrebbe essere una pericolosa semplificazione. 

Il conto economico e di conseguenza l’EBITDA, che di questo né un sub-aggregato, non prende in considerazione le condizioni di incasso e di pagamento dell’azienda. Ovvero, a fronte di un margine operativo lordo virtuoso, l’azienda potrebbe comunque presentare un deficit di cassa per un’erronea impostazione strutturale del capitale circolante (crediti vs. cliente da incassare – debiti vs. fornitori da onorare – e scorte di magazzino). Questa eventualità, la quale rappresenta l’80% dei casi in cui si innestano situazioni di crisi d’impresa, avviene nel momento in cui la suddetta realtà incassi i crediti commerciali per esempio a 90 giorni, dovendo nel frattempo onorare i propri fornitori a 30 giorni. In questo trade off, in caso di inesistenza o sopravvenuta assenza di un sostegno finanziario da parte degli Istituti di Credito, l’EBITDA dell’azienda non potrebbe assolutamente coincidere con il flusso di cassa generato dall’attività caratteristica, per la quale paradossalmente, potrebbe addirittura essere posta seriamente in discussione la normale continuità.

A tal riguardo soccorre in aiuto la portata del nuovo art. 2423 C.c., modificato dal D.lgs. 139 del 2015, il quale recita: Gli amministratori devono redigere il bilancio d’esercizio, costituito dallo Stato Patrimoniale, dal Conto Economico dal Rendiconto Finanziario e dalla nota integrativa. A partire dai bilanci relativi agli esercizi aventi inizio dall’ 1.01.2016 il Rendiconto Finanziario è diventato a tutti gli effetti parte integrante del bilancio d’esercizio anche per le società di capitali non quotate in mercati regolamentati, escluse, le società che redigono il bilancio in forma abbreviata ex art. 2435 bis e le c.d. “microimprese” individuate dai nuovi limiti dimensionali dell’art. 2435 ter. Trattasi di un prospetto contabile in grado di rappresentare le variazioni positive e negative delle disponibilità liquide avvenute in un determinato esercizio parametrando la situazione finanziaria della società nella duplice accezione di liquidità e solvibilità. In questi termini emergono tutti i limiti informativi dell’EBITDA in quanto il Rendiconto Finanziario, partendo proprio dal margine operativo lordo, deve essere predisposto portando a deconto i singoli flussi finanziari distintamente nelle seguenti categorie:

  • Attività operativa;
  • Attività d’investimento;
  • Attività di finanziamento;

Conseguenze

Ne deriva conseguentemente come il conto economico ed il relativo margine operativo lordo ivi desunto, oltre a rappresentare i caratteri di economicità con i quali l’azienda lavora, non è assolutamente in grado di apportare informazioni utili riguardanti la sostenibilità finanziaria di questa. 

Per concludere, ogni realtà aziendale è frutto sia di variabili economiche, che possono essere rappresentate fedelmente dal conto economico, sia di variabile finanziarie, altrettanto incisive, le quali rappresentano invece una “derivata” di quelle economiche, ma che non possono con queste essere confuse o sovrapposte.

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